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SUMMARY:ALCUNE BANALITÀ DI BASE SUL CORTEO DEL 31 GENNAIO
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DESCRIPTION:https://doc.cisti.org/s/4J-G4uN2P# [https://doc.cisti.org/s/4J-
	G4uN2P#]\n\n\n\nALCUNE BANALITÀ DI BASE SUL CORTEO DEL 31 GENNAIO\n\n1. La
	 migliore eredità che la tradizione dei centri sociali poteva lasciare ai\
	npiù giovani\, è una rabbiosa celebrazione del suo funerale.\n\nIl 31 genn
	aio è stato diverse cose allo stesso tempo. Un corteo massivo e\ntrasversa
	le\, la ricomposizione tardiva dei vari pezzi di una sinistra\nantagonista
	 in crisi\, schiacciata dalla morsa tra l’avanzare della destra\nreazionar
	ia e l’imbecillità politica assoluta del fronte progressista\, un colpo\nd
	i coda della lunga esperienza dei centri sociali che è ormai in procinto d
	i\nchiudersi. Colpo di coda di una traiettoria che nel centro sociale tori
	nese ha\nconosciuto certamente una delle sue espressioni più conflittuali\
	, ma che appare\npresa da tempo in una parabola di declino inarrestabile. 
	Non stiamo scrivendo\nqueste righe per scagliarci contro i cascami di quel
	l’entità che viene definita\nMovimento\, per rilevarne limiti o errori. Pi
	uttosto\, ci preme dire con nettezza\nquello che abbiamo visto nella giorn
	ata del 31 oltre allo svolgimento\nprevedibile di un corteo nazionale dei 
	centri sociali\, della sinistra diffusa\,\ndi quell’area sociale che si è 
	raccolta intorno alla battaglia per la difesa\ndella Sumud Flottilla.\nIn 
	piazza a Torino c’erano migliaia di giovani che non appartengono a\ncollet
	tivi\, strutture o realtà militanti. C’erano ragazze e ragazzi appena\nven
	tenni\, in molti casi ancora più giovani\, che alla fine di Corso San Maur
	izio\,\nall’avvicinarsi della svolta verso gli sbarramenti di polizia\, si
	 sono\ntravisati\, hanno formato con decisione un blocco nero\, si sono pr
	eparati a\ncombattere. Hanno attaccato la polizia\, hanno resistito alle c
	ariche\, le hanno\nrespinte avanzando e retrocedendo\, metro per metro\, p
	er ben due ore. Non sono\ncose che si vedono tutti i giorni. Queste compag
	ne e questi compagni gravitano\nnel mondo della politica radicale\, si son
	o forse affacciati in strada per la\nprima volta con le proteste per la Pa
	lestina\, e hanno sentito un richiamo\nirresistibile a venire a Torino.\nP
	erché? In molti casi si tratta di persone che per ragioni anagrafiche non 
	hanno\nneppure vissuto in prima persona la storia dell’Askatasuna o di qua
	lche altro\ncentro sociale\, ma hanno comunque risposto a un appello che n
	on è quello\ndell’opposizione al governo\, di un preciso discorso politico
	 sull’economia di\nguerra o i tagli ai servizi pubblici\, ma la promessa d
	i un’esplosione di rabbia\,\ndi una rivolta\, di un evento che ribalti i r
	apporti di forza almeno per la\ndurata di un giorno.\nDall’esperienza dell
	o scontro si esce trasformati e aperti a nuove possibilità:\nquello che la
	 politica di movimento può fare è lasciare il campo libero perché\ntali po
	ssibilità prendano corpo e spazio.\n\n2. Il vittimismo non serve a nulla\,
	 bisogna esprimere una narrazione dei fatti\nche ne restituisca la potenza
	.\n\nBasta vergognarsi di esistere. I fascisti esprimono le proprie idee c
	on una\nvirulenza senza freni\, sono all’offensiva scatenata in tutti i ca
	mpi e a tutte\nle latitudini. Dall’altra parte la sinistra è l’espressione
	 più pura di un\nmoralismo impotente che costituisce l’altra faccia dei ri
	gurgiti fascisti\,\nquella che per decenni ha ceduto loro terreno\, per vi
	gliaccheria e stupidità\,\npreparandone la vittoria. Alla sinistra però no
	n basta essere sconfitta\, vuole\ntrascinarsi tutti gli altri nel suo amor
	e morboso per la sconfitta e\nl’impotenza. Per questa ragione al primo acc
	enno di rabbia e di insorgenza si\nabbandona a condanne isteriche e incoer
	enti: o rimuove la realtà della\nsollevazione\, o lancia anatemi furiosi. 
	Di fronte a questo bombardamento di\nmenzogne\, bisogna conservare un po’ 
	di lucidità.\nChi è sceso in piazza non è una vittima della violenza della
	 polizia\, che è una\nrealtà costante e spietata\, ma ha deciso con coragg
	io di affrontare questa\nviolenza\, di prepararsi per farlo\, di restituir
	la al mittente per quanto\npossibile. Cerchiamo di rendere dignità a quest
	a condotta\, quella della\nribellione aperta\, che è l’atto politico per e
	ccellenza\, da cui nasce tutto. Le\nragioni per la sommossa sono innumerev
	oli: si accumulano sul lavoro\, per strada\,\nin famiglia\, all’università
	\, durante un controllo di documenti. Sono nelle\ncondizioni insopportabil
	i che viviamo tutti giorni\, in un futuro catastrofico\nche viene propinat
	o con cinismo alle nuove generazioni. In Corso Regina sono\niniziati gli s
	contri senza che le prime linee del corteo\, difese da scudi e\ncaschi\, f
	ossero neppure ancora arrivate. In molti\, per strizzare l’occhio a\nsinis
	tra\, faranno leva sul vittimismo\, sottolineeranno la violenza della poli
	zia\nin piazza\, si spingeranno fino a distorcere i fatti raccontando di u
	n corteo\ninerme che all’improvviso e senza motivo è stato caricato a fred
	do dalle forze\ndell’ordine.\nA chi c’era tutto questo non può che suonare
	 ridicolo. Quello che abbiamo\nprovato vedendo i celerini di spalle\, vede
	ndo i loro mezzi in fiamme\, non può\nessere rappresentato nella celebrazi
	one della sconfitta\, e forse non può essere\nrappresentato affatto. Dalla
	 volontà di reagire e dall’intensità della sommossa\,\npuò nascere una pot
	enza politica all’altezza del presente.\n\n3. La frattura tra chi difende 
	questa società e chi si rivolta\, è una guerra di\nmondi. Non c’è nessun l
	inguaggio o logica comune.\n\n> “Ora parlano di lui e scrivono di lui\, lo
	 psicologo\, il sociologo\, il cretino.\n> E parlano di lui e scrivono di 
	lui\, ma lui rimane sempre clandestino”\n> G.Manfredi\, Dagli appennini al
	le bande\n\n> “Il silenzio è minaccioso\, è estraneità che si accumula\, n
	on dà segni\n> comprensibili\, alla fine esplode […] Vogliono farci parlar
	e. Ma noi non\n> abbiamo nulla da dire nei loro luoghi delegati. La loro p
	olitica\, la loro\n> cultura\, sono autodelazioni. Noi facciamo silenzio. 
	Silenzio minaccioso\n> dell’estraneità\, dell’assenteismo\, del rifiuto\, 
	dell’appropriazione spontanea\,\n> latenza di una nuova esplosione che si 
	prepara”\n> Collettivo A/Traverso\, Alice è il diavolo\n\nNon è possibile 
	ricomporre la cesura tra chi era in piazza in modo offensivo e\nchi\, appa
	rtenendo ai mondi dell’opinione pubblica\, culturale e della classe\npolit
	ica ha dato semplicemente prova di impotenza\, servilismo e demenza\n(seni
	le). L’alterità dell’esperienza dei primi\, nei confronti delle viltà dei\
	nsecondi è troppo profonda perché possa esserci un qualche tipo di compren
	sione\,\ninutile tentare di dibattere\, le giustificazioni girerebbero sol
	tanto a vuoto.\nNon c’è uno stesso linguaggio ma non c’è neppure una stess
	a realtà. Ciò che fa\ninfuriare tremendamente il mondo progressista di un 
	establishment che non ha più\nalcun residuo di credito morale\, intellettu
	ale\, ma neppure un banale senso della\ndecenza\, è l’indisponibilità di q
	uesta generazione al dialogo\, a intendersi\, a\nsprecare parole inutili. 
	Si tratta di un silenzio minaccioso che\ncontraddistingue i movimenti sovv
	ersivi\, ciclicamente\, da molto tempo\, ma che\nritorna oggi con prepoten
	za. Un’opacità e un silenzio minaccioso che fanno\nsaltare la macchina neu
	tralizzante del riformismo consegnandola alla sua natura\nfascista\, costr
	ingendola ad abbracciare apertamente i toni isterici della\npeggiore retor
	ica poliziesca: manganelli\, ordine\, condanne unanimi e santa\ninquisizio
	ne.\nEppure\, come si fa a parlare con chi permette un genocidio in mondov
	isione\, con\nchi nega l’evidenza del collasso etico ed esistenziale\, pri
	ma che biofisico\, di\nquesta civilizzazione\, con chi copre di smalto col
	orato un disastro che si\napprofondisce ogni giorno di più? Come si fa a p
	arlare con chi falsifica il\nsignificato delle parole fino a cancellarlo d
	el tutto? La verità è che questa\nsocietà non ha nulla da offrire e che\, 
	prima di tutto\, non ha da offrire alcun\nsenso che renda la vita degna\, 
	non ha risorse soggettive che non siano quelle\ndella rapacità\, del privi
	legio\, del nichilismo più immorale e più vigliacco.\nAllora lo spaccato d
	i affetti\, emozioni\, solidarietà e forza collettiva che si\nsprigiona in
	 una giornata come quella del 31\, è bene che non la capiate.\nContinuate 
	pure a ricamarci sopra racconti inverosimili e classificazioni\ntalmente s
	tupide a cui solo voi riuscite a credere. Cercheremo di essere sempre\nda 
	un’altra parte rispetto a dove ci cercate.\n\n3 bis. L’identikit di chi si
	 ribella\, la catalogazione dei soggetti in campo\, è\nun lavoro di polizi
	a che va rifiutato\, da chiunque provenga. Allontanarsi da\nquesta logica 
	è un’elementare misura di igiene\, e di strategia.\n\n> “Lo sforzo di iden
	tificarci secondo le logiche collaudate di due secoli di\n> controrivoluzi
	one si ritorce risibilmente e ignobilmente su chiunque vorrebbe\n> imprigi
	onarci in una formula\, per consegnarci più agevolmente alle mura del\n> c
	arcere”\n> Provocazione\, 1974\n\nSe i maldestri tentativi di stampa\, pol
	itica\, autoproclamati intellettuali da\ncortile\, tendono tutti a dare un
	 profilo\, fissare un soggetto responsabile degli\nscontri\, approfittiamo
	 della loro scemenza e custodiamo l’opacità che questa ci\ngarantisce. Gio
	rnalisti e opinionisti vari fonderanno i pochi neuroni che hanno\nin testa
	 nel tentativo di “capire questi ragazzi”\, di “isolare i violenti dal\nre
	sto del corteo” o di lanciarsi in stantie e maldigerite letture sulla\npsi
	cologia della folla. Saremo anche stretti tra chi proverà ad attaccarci\na
	ddosso etichette altrettanto fastidiose e\, sopratutto\, figlie dello stes
	so modo\ndi intendere il mondo: “in piazza c’era il grande fronte contro i
	l governo\nmeloni”\, “ecco finalmente manifestarsi il nuovo e vero soggett
	o politico (dopo i\nmaranza\, la Gen Z\, gli ecologisti\, la convergenza d
	elle lotte\, gli operai della\nconoscenza\, gli operai della logistica\, i
	 giovani\, il precariato…)” tuoneranno\ndall’alto dei loro palazzi occupat
	i che puzzano di vecchio. Non fa differenza\nche questo alacre e ridicolo 
	lavoro di identikit sia teso a reprimere\,\nrinchiudere e demonizzare\, op
	pure comprendere le ragioni\, spiegare\, recuperare e\n– perché no? – cura
	re. Respingiamolo. Chi insorge è parte di un popolo che\nmanca\, di una po
	tenza anonima e non classificabile che si definirà solo per la\nstrategia 
	politica e la consistenza etica che saremo capaci di organizzare.\nQuando 
	e come sono solo affari nostri.\n\n4. Il ritorno delle sommosse è sempre i
	l ritorno dell’organizzazione autonoma\nper bande\n\nQualche amico si parl
	a\, gruppuscoli si creano e si rendono anonimi. La polizia\nviene attaccat
	a ben prima che la testa con gli scudi giunga in prossimità delle\nprime c
	amionette. Per due ore si continua ad attaccare a gruppi\, ci si sposta\,\
	nsi prova ad aggirare gli ostacoli\, a prendere alla sprovvista. Dinamica 
	inusuale\nin questo paese ma che si è già presentata in altri occasioni. A
	nzi\, si potrebbe\nquasi azzardare che quando qualcosa succede\, accade pr
	oprio in queste forme.\nBande appaiono e scompaiono\, le abbiamo viste nel
	l’autonomia post 68\, a Genova\nall’inizio di questo millennio\, e poi anc
	ora il 15 ottobre a Roma e nelle piazze\ncontro il lockdown. Più il tempo 
	passa più le bande rimangono orfane di una\ntradizione politica pesante co
	me un macigno\, figlia di quel Movimento Operaio\nsconfitto già 50 anni fa
	\, che rende il terreno dopo le cariche simile alle\nsabbie mobili. Per qu
	alcuno questo è un lutto\, una sventura caduta dal cielo\ndurante la marci
	a gloriosa e secolare verso il socialismo\, per noi è aria pura.\nMentre i
	l viale centrale di Corso Regina era molto affollato\, le vie laterali\nsg
	ombre offrivano interessanti prospettive di attacco. Sicuramente dal punto
	 di\nvista tattico molto è migliorabile. Ma non importa\, il tempo è dalla
	 nostra\nparte. Impareremo dai nostri errori.\n\n4. bis Non ci sono agitat
	ori esterni ma la consapevolezza di una posta in gioco\ninternazionale\n\n
	“C’erano i francesi\, spagnoli e greci”. “I violenti vengono da mezza Euro
	pa”.\nPer tanti tra politici e giornalisti uno dei punti centrali della vi
	cenda è\nproprio questo: le presenze non italiane ai cortei. Un misto conf
	uso di\ndietrologia (gli infiltrati)\, di deliri su modelli organizzativi 
	para-militari\,\nusato per spiegare un dato tutto sommato semplice. L’accu
	mulo di esperienze dei\ncicli di sollevazioni passate\, in giro per il mon
	do\, contribuisce spontaneamente\na tessere una rete di contatti e amicizi
	e che supera i confini nazionali. È\nqualcosa di così strano? Una delle re
	criminazioni che va per la maggiore contro\ni protagonisti delle rivolte\,
	 è quella di cercare uno sfogo effimero e istintivo\nalle proprie frustraz
	ioni esistenziali\, senza preoccuparsi di costruire una\nprospettiva polit
	ica.\nMa l’opportunità che momenti simili si trasformino in forza politica
	 solida e\ndurevole\, dipende proprio dalla sedimentazione strategica di e
	sperienze\,\nrelazioni e tecniche. Il fatto che l’internazionalismo sia di
	ventato anche per\nla sinistra una parolaccia o un’accusa criminalizzante\
	, è solo un’altra spia del\nsuo stato di sclerosi avanzata. Sarebbe ridico
	lo denunciare la catastrofe in\ncorso se non si ha l’ambizione di organizz
	arsi come forza mondiale.\n\n5. La rivolta fa saltare il tavolo perché inc
	eppa la macchina infernale di\nsinistra e destra\, il dispositivo controri
	voluzionario che sta portando al\npotere i fascisti in tutto l’Occidente.\
	n\nViviamo in un’epoca storica di controrivoluzione scatenata. Chiusa una 
	lunga\nsequenza di sommovimenti e insurrezioni che hanno scosso il mondo a
	 più riprese\,\nalmeno fino al 2019\, lo spettacolo che ci si presenta è p
	iuttosto desolante. Una\nsudditanza assoluta della sinistra all’agenda del
	 capitalismo cibernetico e\nultra-liberale\, condita dal disprezzo ostenta
	to verso chiunque non si pieghi\nalle ragioni del progresso\, del mercato 
	o della ragione democratica\, ha\npreparato inesorabilmente la vittoria a 
	mani basse della peggiore destra\nfascista. Il disprezzo per l’arretratezz
	a e l’irrazionalità di chi si rivolta\,\nche si tratti di automobilisti co
	n il gilet giallo\, di agricoltori o di\nrenitenti alla sorveglianza sanit
	aria\, è stato un ingrediente decisivo nel\npreparare questa vittoria. Al 
	punto che la destra - oggi al governo - è riuscita\na vestirsi\, nel corso
	 dei decenni\, delle bandiere dell’alternativa\, della\nprotesta\, appropr
	iandosi perfino della parola “rivoluzione”.\nA forza di voler incarnare il
	 fronte del Bene e dell’Ordine\, la sinistra è\nl’unica responsabile delle
	 derive fasciste in corso e del loro costante\nrafforzamento. Non solo: il
	 richiamo a compattarsi in un campo antifascista ben\nallineato e ragionev
	ole\, in nome dell’argine alla peste bruna e al pericolo\nautoritario\, al
	imenta ancor più un circolo vizioso in cui sinistra e destra si\nsostengon
	o mutuamente nella propria funzione controrivoluzionaria.\nNon è nulla di 
	storicamente inedito: la destra avanza spavalda\, la sinistra\nesprime la 
	sua natura di difesa conformista nell’ordine e di normalizzazione\nistituz
	ionale. Il risultato è che qualsiasi discorso politico che voglia\ninterve
	nire nella sfera pubblica\, presa dentro questa macchina\ncontrorivoluzion
	ario viene immediatamente schiacciato\, reso incomprensibile.\nOppure vien
	e riassorbito in uno dei due poli. In tal senso le forme di\nribellione di
	 strada\, attaccate da tutti i fronti e da tutte le parti\, sono un\ngesto
	 che serve a mostrare in superficie l’ovvia solidarietà tra tutte le\ncomp
	onenti della macchina di governo e di propaganda\, tra tutte le versioni\n
	della sfera pubblica. Portando alla luce del sole la falsa alternativa tra
	\nfascisti e progressisti\, che le piazze per la Palestina avevano evidenz
	iato solo\nin parte\, le rivolte mostrano la possibilità di un’opposizione
	 politica\neffettiva\, di pratiche e comportamenti che\, sebbene ancora em
	brionali\, liberano\nlo spazio per qualcosa di meglio. Qualcosa di più ser
	io e di più entusiasmante\,\nche ci ostiniamo a chiamare possibilità rivol
	uzionaria.\n\n5. bis. Solo la rivolta di piazza ha una qualche forza di ri
	sposta ai fascisti.\n\nAbbiamo detto che la sinistra ha costruito il conse
	nso dei fascisti per decenni.\nOra ci troviamo di fronte alla situazione p
	aradossale in cui questi personaggi\nindicano nell’attacco alla polizia e 
	nel disordine di piazza un favore oggettivo\nalla repressione\, che loro s
	tessi sostengono a gran voce. Inutile sprecare fiato\nper replicare a ques
	ti miserabili. Sottolineiamo solamente alcune costanti\nstoriche che sono 
	sotto gli occhi di chiunque non sia del tutto accecato. Nel\n2020\, in seg
	uito all’omicidio di George Floyd\, abbiamo visto un’esplosione di\nrabbia
	 violenta scuotere la città di Minneapolis e gli USA di Trump. Ciò ha\npor
	tato all’incendio di commissariati\, mezzi della polizia\, all’attacco e a
	l\nsaccheggio diffusi. Il mondo democratico e progressista\, in America e 
	a tutte le\nlatitudini\, si è affannato a far passare per un “movimento pa
	cifico” quello che\,\nsecondo qualsiasi testimonianza credibile\, è stato 
	a tutti gli effetti un moto\ninsurrezionale. Neutralizzazione\, rimozione 
	e repressione si bilanciano\nnell’impresa di cancellare la possibilità sov
	versiva che balena in questi\nmomenti.\nL’esito politico della cancellazio
	ne e del recupero della sommossa è oggi sotto\ngli occhi di tutti. Mascher
	arla da opposizione pacifica non ha impedito al\ntrumpismo di ritornare co
	n ancora più forza: addomesticare la rottura non è solo\ncontroproducente\
	, ma pericoloso. Tuttavia i fatti del 2020 non sono stati\ninutili\, perch
	é è piuttosto chiaro che la memoria della rivolta non è estranea\nalle for
	me di resistenza che appaiono oggi contro l’occupazione militare di\nmolte
	 città e i rastrellamenti fascisti dell’ICE. Proprio a Minneapolis lo\nsce
	nario di guerra civile\, sempre più aperto\, ha portato già ad alcune ucci
	sioni\na sangue freddo. Persone che hanno ostacolato in prima linea gli ar
	resti\,\ncercando di intralciare le operazioni di polizia e violando la le
	gge\, hanno dato\nl’esempio di una resistenza coraggiosa ed efficace. In u
	n contesto di\nirrigidimento della violenza repressiva e della reazione\, 
	è tanto più palese che\nil coro democratico non serve a nulla.\nLasciamo a
	l lettore soltanto due domande: chi scende in strada a rischio della\nprop
	ria vita nella strade di Minneapolis\, assomiglia di più alle ragazze e ai
	\nragazzi che hanno avuto il coraggio di affrontare la polizia a Torino\, 
	o ai\ncommentatori perbenisti che li condannano da casa? Se la rete di org
	anizzazione\ne solidarietà che si struttura intorno alle rivolte\, invece 
	di cedere al ricatto\ndi un ritorno alla normalità\, perfezionasse i propr
	i mezzi e si organizzasse per\ndurare\, siamo sicuri che un processo di tr
	asformazione più radicale e profondo\nsarebbe un’opzione così assurda? Noi
	\, dal nostro\, sappiamo che quando il\nfascismo ha avuto battute di arres
	to è stato proprio quando le rivolte sono\nesplose\, quando invece è inter
	venuta la sinistra il fascismo ha trionfato.\nWeimar docet. Sempre nella s
	toria e ancora oggi\, il contrario di destra non è\nsinistra\, ma rivoluzi
	one.\n\n5. ter. La teoria del complotto degli infiltrati è un’operazione d
	i polizia\nall’altezza dei tempi\, quindi del tutto inverosimile e di pess
	ima fattura.\n\nOvviamente gli infiltrai esistono\, i gruppi rivoluzionari
	 ne hanno scoperti e\nallontanati in un’infinità di occasioni e si potrebb
	ero citare moltissimi\nepisodi. In nessun caso\, è davvero avvilente ribad
	irlo\, gli “infiltrati” possono\ndeterminare l’esito di un corteo\, raggru
	pparsi in alcune centinaia con una\nchiara ed evidente disposizione allo s
	contro\, prendere con naturalezza le prime\nlinee e costringere tramite st
	rumenti di controllo psichico molto sofisticati il\nresto del corteo a seg
	uirli\, supportarli\, non abbandonare la piazza. Questo era\novvio nel 200
	1 a Genova\, lo era nel 2011 a Roma\, lo è ne 2026 a Torino. Peraltro\nil 
	31 gennaio è stata una di quelle occasioni in cui lo scollamento tra chi h
	a\npraticato in prima persona lo scontro e il resto dei manifestanti era m
	inima\,\nquasi nessuno è scappato\, quasi tutti hanno capito le ragioni di
	 quanto\navveniva. Chi pensa che dinamiche del genere siano imputabili all
	’infiltrazione\nha il cervello devastato dalla perenne esposizione all’ist
	upidimento mediatico e\nalle tecnologie digitali\, e fin qui si potrebbe a
	ffrontare la cosa con una\ncompassionevole tolleranza. Invecchiare bene no
	n è dato a tutti.\nIl problema è che la denuncia degli infiltrati\, quando
	 attecchisce\, crea\nfantasmi collettivi che hanno favorito in molti casi 
	il lavoro poliziesco\,\nportando ad atteggiamenti di sospetto e delazione.
	 Sarebbe bene che per senso\ndel ridicolo e per prudenza\, se non per luci
	dità\, la si smettesse con queste\nscempiaggini.\n\n6. Precisazione termin
	ologica sul significato del coraggio e della\nvigliaccheria.\n\nUna tra le
	 espressioni più odiose dello stravolgimento linguistico spudorato ed\norw
	elliano che caratterizza il discorso pubblico\, è quella che evoca per boc
	ca\ndi molti politici e giornalisti la questione del coraggio. Siamo abitu
	ati a un\nuso del vocabolario in cui ogni parola è usata per significare i
	l suo opposto:\nla pace è il regno dell’economia di guerra\, l’economia ve
	rde intossica il\npianeta e la civiltà consiste nella sottomissione\, nell
	’indifferenza alle\nsofferenze altrui\, nel camminare dritti mentre ogni t
	ipo di ingiustizia e\nviolenza viene perpetrata ad un passo da noi. Se non
	 fossimo così regolarmente\neducati a un simile uso del linguaggio\, ci sa
	rebbe da rimanere attoniti a\nsentire pennivendoli da quattro soldi e mini
	stri che dall’alto dei loro scranni\ndefiniscono vigliacchi i ragazzi che 
	erano in piazza sabato. Fa ribollire il\nsangue. Proviamo a rendere l’imma
	gine: qualcuno che affronta per ore\, tra\nlacrimogeni sparati ad altezza 
	uomo e cariche continue\, a rischio della sua\nincolumità e di finire in p
	rigione\, le forze di polizia armate e\niper-equipaggiate di uno Stato\, s
	i può chiamare codardo. I mercenari che\nagiscono nell’impunità assoluta p
	er difendere l’ordine sono invece un esempio di\ncoraggio\, ugualmente lo 
	sono gli imbrattacarte e i politicanti che dispensano\nsentenze morali sen
	za aver mai affrontato un rischio in vita loro. Basterebbe\nsoffermarsi su
	 questo paragone e riflettere sui termini\, per dare la misura di\nquanto 
	non capiate un cazzo.\n\n6. bis Chiamare l’episodio dello sbirro a terra u
	n esempio di “violenza\nselvaggia” vuol dire non sapere cosa sia la violen
	za.\n\nUn celerino finisce a terra mentre cerca di strafare durante una ca
	rica. Il\nresto del plotone lo lascia indietro senza pensarci due volte. A
	lcuni\nmanifestanti lo prendono a calci per pochi secondi e nella concitaz
	ione riceve\nanche un colpo di martello sulla schiena\, del tutto calibrat
	o. Un gesto di\nautodifesa elementare\, misurato\, giusto e salutare. Due 
	giorni dopo è già\ndimesso\, quasi incolume\, come non sarebbe di certo ac
	caduto se fosse stato preso\n“a martellate”. Tuttavia questa è la versione
	 dei giornali e della narrazione\nufficiale: un’aggressione furiosa\, feri
	na\, di una violenza spietata che fa\ninorridire.\nLa mistificazione è tal
	mente plateale che parla da sé\, ma val la pena dire poche\ncose. La prima
	 è che a forza di subire\, la voglia di vendicarsi e di rendere i\ncolpi è
	 il sintomo di un istinto vitale più che comprensibile. Chi ha colpito\nl’
	agente a terra\, intralciandolo mentre si lanciava con trasporto nel pesta
	ggio\ndei manifestanti\, ha difeso sé stesso e gli altri. E va ringraziato
	. Alla pari\ndi tutti coloro che hanno distribuito maalox\, aiutato chi av
	evano accanto\,\nprotetto in ogni modo il resto del corteo. Il cittadino q
	ualunque che si indigna\nper le poche bastonate ricevute dallo sbirro è vi
	ttima di un’identificazione\nmasochistica con il proprio carnefice\, il su
	o problema è psicopatologico prima\nche politico.\nIn un momento storico i
	n cui si usa la parola “rivoluzione” per riferirsi alle\ncose più bislacch
	e\, al punto che persino il capo del governo ha apostrofato i\nmanifestant
	i di sabato come “pseudo-rivoluzionari”\, ci spiegherete in quale\nrivoluz
	ione i tutori dell’ordine non hanno ricevuto\, come minimo\, una buona dos
	e\ndi bastonate.\n\nCosa si può fare dopo una giornata come quella del 31?
	 Una volta che l’evento si\nè chiuso\, ci sono almeno due atteggiamenti po
	ssibili verso il suo lascito.\nSi potrebbe dire “abbiamo scherzato”\, cerc
	are di rendere più digeribile\nl’intensità e la violenza di qualcosa che c
	i scavalca\, che è pericoloso e\npotrebbe comportare delle conseguenze imp
	reviste. Conseguenze non soltanto in\ntermini penali o repressivi\, ma anc
	he di scompaginamento o crisi di forme\norganizzative note\, di impossibil
	ità a riprodurre i modi di azione politica che\nabbiamo seguito fino al gi
	orno prima. Le alleanze politiche all’insegna\ndell’unanimismo si incrinan
	o\, la propaganda nemica fende il consenso grazie alla\ndemonizzazione del
	le pratiche più offensive\, ci si trova in una condizione\nscomoda. La pri
	ma opzione comporta il tentativo di ricomporre questo consenso\nnella rico
	struzione di un’unica grande famiglia\, di riportare l’esperienza dello\ns
	contro – in quanto ha di più disturbante – a una narrazione edulcorata e\n
	rassicurante che vada bene per tutti i palati. La tattica della ricomposiz
	ione\nex post\, cercando di ricucire gli strappi\, tenta di ridimensionare
	 l’attacco\nalla polizia\, di enfatizzare le violenze verso i manifestanti
	\, di rioccupare il\nruolo dei “buoni” nella battaglia comune dell’opposiz
	ione alle politiche\ngovernative. È una tattica che troverà - a fatica - q
	ualche sostegno in una\nparte del mondo intellettuale e politico\, ma dubi
	tiamo che possa andare molto\nlontano. Le immagini del disordine sono anco
	ra troppo vivide negli occhi di\ntutti. Il peggio è che un atteggiamento d
	el genere crea uno scollamento\nparalizzante in chi quel momento lo ha vis
	suto\, e si ricorda bene quanto poco ci\nsia stato di “difensivo” nell’esp
	lodere della rabbia collettiva.\nUn secondo modo di reagire corrisponde in
	vece a una scommessa: più rischiosa\,\nperché avere contro tutte le voci\,
	 tutte le opinioni\, non è mai una posizione\ncomoda. Ma anche più autenti
	ca e appassionante. Dire alle ragazze e ai ragazzi\nche hanno combattuto i
	n strada che quel che è accaduto è una cosa seria\, che la\ndistruzione ha
	 una sua razionalità politica\, che si può credere nell’intensità\ndi quel
	l’esperienza e organizzarla in possibilità concreta e generale. Abbiamo\np
	arlato della resistenza contro l’ICE in America\, che rappresenta almeno i
	n\nparte un’immagine del nostro futuro più prossimo\, all’insegna di guerr
	a civile e\ncrudeltà fascista. L’incontro tra i gesti di opposizione di st
	rada\, in aperta\nsfida alla polizia\, le reti di supporto e organizzazion
	e popolare\, e un\npossibile intensificarsi del conflitto\, rappresentano 
	un’indicazione seminale\ndei nostri compiti futuri.\nChi ha vissuto la pia
	zza del 31\, chi si rende conto dello stato del mondo in cui\nvive e della
	 portata del suo disastro\, sa che non può aspettarsi nulla da\nalleanze p
	olitiche istituzionali\, tutele giuridiche\, movimenti d’opinione. Solo\nc
	redendo fino in fondo all’impatto della sommossa\, alle amicizie che vi si
	\nintrecciano\, alla chance che si trasformi in un potenza rivoluzionaria\
	, ci si\npuò rendere immuni all’epidemia di stupidità e di cinismo che sem
	bra aver\ncontagiato i nostri contemporanei.\n\n> “…di fronte a questa fac
	ciata di marmo\, se continuiamo a picconare\, forse si\n> trova un filone 
	d’oro. Forse è questa la rivoluzione”
URL:https://gancio.cisti.org/event/alcune-banalita-di-base-sul-corteo-del-3
	1-gennaio
LOCATION:Torino -  
STATUS:CONFIRMED
CATEGORIES:
X-ALT-DESC;FMTTYPE=text/html:<p><a target="_blank" href="https://doc.cisti.
	org/s/4J-G4uN2P#">https://doc.cisti.org/s/4J-G4uN2P#</a></p><p></p><p><str
	ong>ALCUNE BANALITÀ DI BASE SUL CORTEO DEL 31 GENNAIO</strong></p><p><stro
	ng>1. La migliore eredità che la tradizione dei centri sociali poteva lasc
	iare ai più giovani, è una rabbiosa celebrazione del suo funerale.</strong
	></p><p>Il 31 gennaio è stato diverse cose allo stesso tempo. Un corteo ma
	ssivo e trasversale, la ricomposizione tardiva dei vari pezzi di una sinis
	tra antagonista in crisi, schiacciata dalla morsa tra l’avanzare della des
	tra reazionaria e l’imbecillità politica assoluta del fronte progressista,
	 un colpo di coda della lunga esperienza dei centri sociali che è ormai in
	 procinto di chiudersi. Colpo di coda di una traiettoria che nel centro so
	ciale torinese ha conosciuto certamente una delle sue espressioni più conf
	littuali, ma che appare presa da tempo in una parabola di declino inarrest
	abile. Non stiamo scrivendo queste righe per scagliarci contro i cascami d
	i quell’entità che viene definita Movimento, per rilevarne limiti o errori
	. Piuttosto, ci preme dire con nettezza quello che abbiamo visto nella gio
	rnata del 31 oltre allo svolgimento prevedibile di un corteo nazionale dei
	 centri sociali, della sinistra diffusa, di quell’area sociale che si è ra
	ccolta intorno alla battaglia per la difesa della Sumud Flottilla.<br>In p
	iazza a Torino c’erano migliaia di giovani che non appartengono a colletti
	vi, strutture o realtà militanti. C’erano ragazze e ragazzi appena ventenn
	i, in molti casi ancora più giovani, che alla fine di Corso San Maurizio, 
	all’avvicinarsi della svolta verso gli sbarramenti di polizia, si sono tra
	visati, hanno formato con decisione un blocco nero, si sono preparati a co
	mbattere. Hanno attaccato la polizia, hanno resistito alle cariche, le han
	no respinte avanzando e retrocedendo, metro per metro, per ben due ore. No
	n sono cose che si vedono tutti i giorni. Queste compagne e questi compagn
	i gravitano nel mondo della politica radicale, si sono forse affacciati in
	 strada per la prima volta con le proteste per la Palestina, e hanno senti
	to un richiamo irresistibile a venire a Torino.<br>Perché? In molti casi s
	i tratta di persone che per ragioni anagrafiche non hanno neppure vissuto 
	in prima persona la storia dell’Askatasuna o di qualche altro centro socia
	le, ma hanno comunque risposto a un appello che non è quello dell’opposizi
	one al governo, di un preciso discorso politico sull’economia di guerra o 
	i tagli ai servizi pubblici, ma la promessa di un’esplosione di rabbia, di
	 una rivolta, di un evento che ribalti i rapporti di forza almeno per la d
	urata di un giorno.<br>Dall’esperienza dello scontro si esce trasformati e
	 aperti a nuove possibilità: quello che la politica di movimento può fare 
	è lasciare il campo libero perché tali possibilità prendano corpo e spazio
	.</p><p><strong>2. Il vittimismo non serve a nulla, bisogna esprimere una 
	narrazione dei fatti che ne restituisca la potenza.</strong></p><p>Basta v
	ergognarsi di esistere. I fascisti esprimono le proprie idee con una virul
	enza senza freni, sono all’offensiva scatenata in tutti i campi e a tutte 
	le latitudini. Dall’altra parte la sinistra è l’espressione più pura di un
	 moralismo impotente che costituisce l’altra faccia dei rigurgiti fascisti
	, quella che per decenni ha ceduto loro terreno, per vigliaccheria e stupi
	dità, preparandone la vittoria. Alla sinistra però non basta essere sconfi
	tta, vuole trascinarsi tutti gli altri nel suo amore morboso per la sconfi
	tta e l’impotenza. Per questa ragione al primo accenno di rabbia e di inso
	rgenza si abbandona a condanne isteriche e incoerenti: o rimuove la realtà
	 della sollevazione, o lancia anatemi furiosi. Di fronte a questo bombarda
	mento di menzogne, bisogna conservare un po’ di lucidità.<br>Chi è sceso i
	n piazza non è una vittima della violenza della polizia, che è una realtà 
	costante e spietata, ma ha deciso con coraggio di affrontare questa violen
	za, di prepararsi per farlo, di restituirla al mittente per quanto possibi
	le. Cerchiamo di rendere dignità a questa condotta, quella della ribellion
	e aperta, che è l’atto politico per eccellenza, da cui nasce tutto. Le rag
	ioni per la sommossa sono innumerevoli: si accumulano sul lavoro, per stra
	da, in famiglia, all’università, durante un controllo di documenti. Sono n
	elle condizioni insopportabili che viviamo tutti giorni, in un futuro cata
	strofico che viene propinato con cinismo alle nuove generazioni. In Corso 
	Regina sono iniziati gli scontri senza che le prime linee del corteo, dife
	se da scudi e caschi, fossero neppure ancora arrivate. In molti, per striz
	zare l’occhio a sinistra, faranno leva sul vittimismo, sottolineeranno la 
	violenza della polizia in piazza, si spingeranno fino a distorcere i fatti
	 raccontando di un corteo inerme che all’improvviso e senza motivo è stato
	 caricato a freddo dalle forze dell’ordine.<br>A chi c’era tutto questo no
	n può che suonare ridicolo. Quello che abbiamo provato vedendo i celerini 
	di spalle, vedendo i loro mezzi in fiamme, non può essere rappresentato ne
	lla celebrazione della sconfitta, e forse non può essere rappresentato aff
	atto. Dalla volontà di reagire e dall’intensità della sommossa, può nascer
	e una potenza politica all’altezza del presente.</p><p><strong>3. La fratt
	ura tra chi difende questa società e chi si rivolta, è una guerra di mondi
	. Non c’è nessun linguaggio o logica comune.</strong></p><blockquote><p>“O
	ra parlano di lui e scrivono di lui, lo psicologo, il sociologo, il cretin
	o. E parlano di lui e scrivono di lui, ma lui rimane sempre clandestino”<b
	r>G.Manfredi, Dagli appennini alle bande</p></blockquote><blockquote><p>“I
	l silenzio è minaccioso, è estraneità che si accumula, non dà segni compre
	nsibili, alla fine esplode […] Vogliono farci parlare. Ma noi non abbiamo 
	nulla da dire nei loro luoghi delegati. La loro politica, la loro cultura,
	 sono autodelazioni. Noi facciamo silenzio. Silenzio minaccioso dell’estra
	neità, dell’assenteismo, del rifiuto, dell’appropriazione spontanea, laten
	za di una nuova esplosione che si prepara”<br>Collettivo A/Traverso, Alice
	 è il diavolo</p></blockquote><p>Non è possibile ricomporre la cesura tra 
	chi era in piazza in modo offensivo e chi, appartenendo ai mondi dell’opin
	ione pubblica, culturale e della classe politica ha dato semplicemente pro
	va di impotenza, servilismo e demenza (senile). L’alterità dell’esperienza
	 dei primi, nei confronti delle viltà dei secondi è troppo profonda perché
	 possa esserci un qualche tipo di comprensione, inutile tentare di dibatte
	re, le giustificazioni girerebbero soltanto a vuoto. Non c’è uno stesso li
	nguaggio ma non c’è neppure una stessa realtà. Ciò che fa infuriare tremen
	damente il mondo progressista di un establishment che non ha più alcun res
	iduo di credito morale, intellettuale, ma neppure un banale senso della de
	cenza, è l’indisponibilità di questa generazione al dialogo, a intendersi,
	 a sprecare parole inutili. Si tratta di un silenzio minaccioso che contra
	ddistingue i movimenti sovversivi, ciclicamente, da molto tempo, ma che ri
	torna oggi con prepotenza. Un’opacità e un silenzio minaccioso che fanno s
	altare la macchina neutralizzante del riformismo consegnandola alla sua na
	tura fascista, costringendola ad abbracciare apertamente i toni isterici d
	ella peggiore retorica poliziesca: manganelli, ordine, condanne unanimi e 
	santa inquisizione.<br>Eppure, come si fa a parlare con chi permette un ge
	nocidio in mondovisione, con chi nega l’evidenza del collasso etico ed esi
	stenziale, prima che biofisico, di questa civilizzazione, con chi copre di
	 smalto colorato un disastro che si approfondisce ogni giorno di più? Come
	 si fa a parlare con chi falsifica il significato delle parole fino a canc
	ellarlo del tutto? La verità è che questa società non ha nulla da offrire 
	e che, prima di tutto, non ha da offrire alcun senso che renda la vita deg
	na, non ha risorse soggettive che non siano quelle della rapacità, del pri
	vilegio, del nichilismo più immorale e più vigliacco. Allora lo spaccato d
	i affetti, emozioni, solidarietà e forza collettiva che si sprigiona in un
	a giornata come quella del 31, è bene che non la capiate. Continuate pure 
	a ricamarci sopra racconti inverosimili e classificazioni talmente stupide
	 a cui solo voi riuscite a credere. Cercheremo di essere sempre da un’altr
	a parte rispetto a dove ci cercate.</p><p><strong>3 bis. L’identikit di ch
	i si ribella, la catalogazione dei soggetti in campo, è un lavoro di poliz
	ia che va rifiutato, da chiunque provenga. Allontanarsi da questa logica è
	 un’elementare misura di igiene, e di strategia.</strong></p><blockquote><
	p>“Lo sforzo di identificarci secondo le logiche collaudate di due secoli 
	di controrivoluzione si ritorce risibilmente e ignobilmente su chiunque vo
	rrebbe imprigionarci in una formula, per consegnarci più agevolmente alle 
	mura del carcere”<br>Provocazione, 1974</p></blockquote><p>Se i maldestri 
	tentativi di stampa, politica, autoproclamati intellettuali da cortile, te
	ndono tutti a dare un profilo, fissare un soggetto responsabile degli scon
	tri, approfittiamo della loro scemenza e custodiamo l’opacità che questa c
	i garantisce. Giornalisti e opinionisti vari fonderanno i pochi neuroni ch
	e hanno in testa nel tentativo di “capire questi ragazzi”, di “isolare i v
	iolenti dal resto del corteo” o di lanciarsi in stantie e maldigerite lett
	ure sulla psicologia della folla. Saremo anche stretti tra chi proverà ad 
	attaccarci addosso etichette altrettanto fastidiose e, sopratutto, figlie 
	dello stesso modo di intendere il mondo: “in piazza c’era il grande fronte
	 contro il governo meloni”, “ecco finalmente manifestarsi il nuovo e vero 
	soggetto politico (dopo i maranza, la Gen Z, gli ecologisti, la convergenz
	a delle lotte, gli operai della conoscenza, gli operai della logistica, i 
	giovani, il precariato…)” tuoneranno dall’alto dei loro palazzi occupati c
	he puzzano di vecchio. Non fa differenza che questo alacre e ridicolo lavo
	ro di identikit sia teso a reprimere, rinchiudere e demonizzare, oppure co
	mprendere le ragioni, spiegare, recuperare e – perché no? – curare. Respin
	giamolo. Chi insorge è parte di un popolo che manca, di una potenza anonim
	a e non classificabile che si definirà solo per la strategia politica e la
	 consistenza etica che saremo capaci di organizzare. Quando e come sono so
	lo affari nostri.</p><p><strong>4. Il ritorno delle sommosse è sempre il r
	itorno dell’organizzazione autonoma per bande</strong></p><p>Qualche amico
	 si parla, gruppuscoli si creano e si rendono anonimi. La polizia viene at
	taccata ben prima che la testa con gli scudi giunga in prossimità delle pr
	ime camionette. Per due ore si continua ad attaccare a gruppi, ci si spost
	a, si prova ad aggirare gli ostacoli, a prendere alla sprovvista. Dinamica
	 inusuale in questo paese ma che si è già presentata in altri occasioni. A
	nzi, si potrebbe quasi azzardare che quando qualcosa succede, accade propr
	io in queste forme. Bande appaiono e scompaiono, le abbiamo viste nell’aut
	onomia post 68, a Genova all’inizio di questo millennio, e poi ancora il 1
	5 ottobre a Roma e nelle piazze contro il lockdown. Più il tempo passa più
	 le bande rimangono orfane di una tradizione politica pesante come un maci
	gno, figlia di quel Movimento Operaio sconfitto già 50 anni fa, che rende 
	il terreno dopo le cariche simile alle sabbie mobili. Per qualcuno questo 
	è un lutto, una sventura caduta dal cielo durante la marcia gloriosa e sec
	olare verso il socialismo, per noi è aria pura.<br>Mentre il viale central
	e di Corso Regina era molto affollato, le vie laterali sgombre offrivano i
	nteressanti prospettive di attacco. Sicuramente dal punto di vista tattico
	 molto è migliorabile. Ma non importa, il tempo è dalla nostra parte. Impa
	reremo dai nostri errori.</p><p><strong>4. bis Non ci sono agitatori ester
	ni ma la consapevolezza di una posta in gioco internazionale</strong></p><
	p>“C’erano i francesi, spagnoli e greci”. “I violenti vengono da mezza Eur
	opa”. Per tanti tra politici e giornalisti uno dei punti centrali della vi
	cenda è proprio questo: le presenze non italiane ai cortei. Un misto confu
	so di dietrologia (gli infiltrati), di deliri su modelli organizzativi par
	a-militari, usato per spiegare un dato tutto sommato semplice. L’accumulo 
	di esperienze dei cicli di sollevazioni passate, in giro per il mondo, con
	tribuisce spontaneamente a tessere una rete di contatti e amicizie che sup
	era i confini nazionali. È qualcosa di così strano? Una delle recriminazio
	ni che va per la maggiore contro i protagonisti delle rivolte, è quella di
	 cercare uno sfogo effimero e istintivo alle proprie frustrazioni esistenz
	iali, senza preoccuparsi di costruire una prospettiva politica.<br>Ma l’op
	portunità che momenti simili si trasformino in forza politica solida e dur
	evole, dipende proprio dalla sedimentazione strategica di esperienze, rela
	zioni e tecniche. Il fatto che l’internazionalismo sia diventato anche per
	 la sinistra una parolaccia o un’accusa criminalizzante, è solo un’altra s
	pia del suo stato di sclerosi avanzata. Sarebbe ridicolo denunciare la cat
	astrofe in corso se non si ha l’ambizione di organizzarsi come forza mondi
	ale.</p><p><strong>5. La rivolta fa saltare il tavolo perché inceppa la ma
	cchina infernale di sinistra e destra, il dispositivo controrivoluzionario
	 che sta portando al potere i fascisti in tutto l’Occidente.</strong></p><
	p>Viviamo in un’epoca storica di controrivoluzione scatenata. Chiusa una l
	unga sequenza di sommovimenti e insurrezioni che hanno scosso il mondo a p
	iù riprese, almeno fino al 2019, lo spettacolo che ci si presenta è piutto
	sto desolante. Una sudditanza assoluta della sinistra all’agenda del capit
	alismo cibernetico e ultra-liberale, condita dal disprezzo ostentato verso
	 chiunque non si pieghi alle ragioni del progresso, del mercato o della ra
	gione democratica, ha preparato inesorabilmente la vittoria a mani basse d
	ella peggiore destra fascista. Il disprezzo per l’arretratezza e l’irrazio
	nalità di chi si rivolta, che si tratti di automobilisti con il gilet gial
	lo, di agricoltori o di renitenti alla sorveglianza sanitaria, è stato un 
	ingrediente decisivo nel preparare questa vittoria. Al punto che la destra
	 - oggi al governo - è riuscita a vestirsi, nel corso dei decenni, delle b
	andiere dell’alternativa, della protesta, appropriandosi perfino della par
	ola “rivoluzione”.<br>A forza di voler incarnare il fronte del Bene e dell
	’Ordine, la sinistra è l’unica responsabile delle derive fasciste in corso
	 e del loro costante rafforzamento. Non solo: il richiamo a compattarsi in
	 un campo antifascista ben allineato e ragionevole, in nome dell’argine al
	la peste bruna e al pericolo autoritario, alimenta ancor più un circolo vi
	zioso in cui sinistra e destra si sostengono mutuamente nella propria funz
	ione controrivoluzionaria.<br>Non è nulla di storicamente inedito: la dest
	ra avanza spavalda, la sinistra esprime la sua natura di difesa conformist
	a nell’ordine e di normalizzazione istituzionale. Il risultato è che quals
	iasi discorso politico che voglia intervenire nella sfera pubblica, presa 
	dentro questa macchina controrivoluzionario viene immediatamente schiaccia
	to, reso incomprensibile. Oppure viene riassorbito in uno dei due poli. In
	 tal senso le forme di ribellione di strada, attaccate da tutti i fronti e
	 da tutte le parti, sono un gesto che serve a mostrare in superficie l’ovv
	ia solidarietà tra tutte le componenti della macchina di governo e di prop
	aganda, tra tutte le versioni della sfera pubblica. Portando alla luce del
	 sole la falsa alternativa tra fascisti e progressisti, che le piazze per 
	la Palestina avevano evidenziato solo in parte, le rivolte mostrano la pos
	sibilità di un’opposizione politica effettiva, di pratiche e comportamenti
	 che, sebbene ancora embrionali, liberano lo spazio per qualcosa di meglio
	. Qualcosa di più serio e di più entusiasmante, che ci ostiniamo a chiamar
	e possibilità rivoluzionaria.</p><p><strong>5. bis. Solo la rivolta di pia
	zza ha una qualche forza di risposta ai fascisti.</strong></p><p>Abbiamo d
	etto che la sinistra ha costruito il consenso dei fascisti per decenni. Or
	a ci troviamo di fronte alla situazione paradossale in cui questi personag
	gi indicano nell’attacco alla polizia e nel disordine di piazza un favore 
	oggettivo alla repressione, che loro stessi sostengono a gran voce. Inutil
	e sprecare fiato per replicare a questi miserabili. Sottolineiamo solament
	e alcune costanti storiche che sono sotto gli occhi di chiunque non sia de
	l tutto accecato. Nel 2020, in seguito all’omicidio di George Floyd, abbia
	mo visto un’esplosione di rabbia violenta scuotere la città di Minneapolis
	 e gli USA di Trump. Ciò ha portato all’incendio di commissariati, mezzi d
	ella polizia, all’attacco e al saccheggio diffusi. Il mondo democratico e 
	progressista, in America e a tutte le latitudini, si è affannato a far pas
	sare per un “movimento pacifico” quello che, secondo qualsiasi testimonian
	za credibile, è stato a tutti gli effetti un moto insurrezionale. Neutrali
	zzazione, rimozione e repressione si bilanciano nell’impresa di cancellare
	 la possibilità sovversiva che balena in questi momenti.<br>L’esito politi
	co della cancellazione e del recupero della sommossa è oggi sotto gli occh
	i di tutti. Mascherarla da opposizione pacifica non ha impedito al trumpis
	mo di ritornare con ancora più forza: addomesticare la rottura non è solo 
	controproducente, ma pericoloso. Tuttavia i fatti del 2020 non sono stati 
	inutili, perché è piuttosto chiaro che la memoria della rivolta non è estr
	anea alle forme di resistenza che appaiono oggi contro l’occupazione milit
	are di molte città e i rastrellamenti fascisti dell’ICE. Proprio a Minneap
	olis lo scenario di guerra civile, sempre più aperto, ha portato già ad al
	cune uccisioni a sangue freddo. Persone che hanno ostacolato in prima line
	a gli arresti, cercando di intralciare le operazioni di polizia e violando
	 la legge, hanno dato l’esempio di una resistenza coraggiosa ed efficace. 
	In un contesto di irrigidimento della violenza repressiva e della reazione
	, è tanto più palese che il coro democratico non serve a nulla.<br>Lasciam
	o al lettore soltanto due domande: chi scende in strada a rischio della pr
	opria vita nella strade di Minneapolis, assomiglia di più alle ragazze e a
	i ragazzi che hanno avuto il coraggio di affrontare la polizia a Torino, o
	 ai commentatori perbenisti che li condannano da casa? Se la rete di organ
	izzazione e solidarietà che si struttura intorno alle rivolte, invece di c
	edere al ricatto di un ritorno alla normalità, perfezionasse i propri mezz
	i e si organizzasse per durare, siamo sicuri che un processo di trasformaz
	ione più radicale e profondo sarebbe un’opzione così assurda? Noi, dal nos
	tro, sappiamo che quando il fascismo ha avuto battute di arresto è stato p
	roprio quando le rivolte sono esplose, quando invece è intervenuta la sini
	stra il fascismo ha trionfato. Weimar docet. Sempre nella storia e ancora 
	oggi, il contrario di destra non è sinistra, ma rivoluzione.</p><p><strong
	>5. ter. La teoria del complotto degli infiltrati è un’operazione di poliz
	ia all’altezza dei tempi, quindi del tutto inverosimile e di pessima fattu
	ra.</strong></p><p>Ovviamente gli infiltrai esistono, i gruppi rivoluziona
	ri ne hanno scoperti e allontanati in un’infinità di occasioni e si potreb
	bero citare moltissimi episodi. In nessun caso, è davvero avvilente ribadi
	rlo, gli “infiltrati” possono determinare l’esito di un corteo, raggruppar
	si in alcune centinaia con una chiara ed evidente disposizione allo scontr
	o, prendere con naturalezza le prime linee e costringere tramite strumenti
	 di controllo psichico molto sofisticati il resto del corteo a seguirli, s
	upportarli, non abbandonare la piazza. Questo era ovvio nel 2001 a Genova,
	 lo era nel 2011 a Roma, lo è ne 2026 a Torino. Peraltro il 31 gennaio è s
	tata una di quelle occasioni in cui lo scollamento tra chi ha praticato in
	 prima persona lo scontro e il resto dei manifestanti era minima, quasi ne
	ssuno è scappato, quasi tutti hanno capito le ragioni di quanto avveniva. 
	Chi pensa che dinamiche del genere siano imputabili all’infiltrazione ha i
	l cervello devastato dalla perenne esposizione all’istupidimento mediatico
	 e alle tecnologie digitali, e fin qui si potrebbe affrontare la cosa con 
	una compassionevole tolleranza. Invecchiare bene non è dato a tutti.<br>Il
	 problema è che la denuncia degli infiltrati, quando attecchisce, crea fan
	tasmi collettivi che hanno favorito in molti casi il lavoro poliziesco, po
	rtando ad atteggiamenti di sospetto e delazione. Sarebbe bene che per sens
	o del ridicolo e per prudenza, se non per lucidità, la si smettesse con qu
	este scempiaggini.</p><p><strong>6. Precisazione terminologica sul signifi
	cato del coraggio e della vigliaccheria.</strong></p><p>Una tra le espress
	ioni più odiose dello stravolgimento linguistico spudorato ed orwelliano c
	he caratterizza il discorso pubblico, è quella che evoca per bocca di molt
	i politici e giornalisti la questione del coraggio. Siamo abituati a un us
	o del vocabolario in cui ogni parola è usata per significare il suo oppost
	o: la pace è il regno dell’economia di guerra, l’economia verde intossica 
	il pianeta e la civiltà consiste nella sottomissione, nell’indifferenza al
	le sofferenze altrui, nel camminare dritti mentre ogni tipo di ingiustizia
	 e violenza viene perpetrata ad un passo da noi. Se non fossimo così regol
	armente educati a un simile uso del linguaggio, ci sarebbe da rimanere att
	oniti a sentire pennivendoli da quattro soldi e ministri che dall’alto dei
	 loro scranni definiscono vigliacchi i ragazzi che erano in piazza sabato.
	 Fa ribollire il sangue. Proviamo a rendere l’immagine: qualcuno che affro
	nta per ore, tra lacrimogeni sparati ad altezza uomo e cariche continue, a
	 rischio della sua incolumità e di finire in prigione, le forze di polizia
	 armate e iper-equipaggiate di uno Stato, si può chiamare codardo. I merce
	nari che agiscono nell’impunità assoluta per difendere l’ordine sono invec
	e un esempio di coraggio, ugualmente lo sono gli imbrattacarte e i politic
	anti che dispensano sentenze morali senza aver mai affrontato un rischio i
	n vita loro. Basterebbe soffermarsi su questo paragone e riflettere sui te
	rmini, per dare la misura di quanto non capiate un cazzo.</p><p><strong>6.
	 bis Chiamare l’episodio dello sbirro a terra un esempio di “violenza selv
	aggia” vuol dire non sapere cosa sia la violenza.</strong></p><p>Un celeri
	no finisce a terra mentre cerca di strafare durante una carica. Il resto d
	el plotone lo lascia indietro senza pensarci due volte. Alcuni manifestant
	i lo prendono a calci per pochi secondi e nella concitazione riceve anche 
	un colpo di martello sulla schiena, del tutto calibrato. Un gesto di autod
	ifesa elementare, misurato, giusto e salutare. Due giorni dopo è già dimes
	so, quasi incolume, come non sarebbe di certo accaduto se fosse stato pres
	o “a martellate”. Tuttavia questa è la versione dei giornali e della narra
	zione ufficiale: un’aggressione furiosa, ferina, di una violenza spietata 
	che fa inorridire.<br>La mistificazione è talmente plateale che parla da s
	é, ma val la pena dire poche cose. La prima è che a forza di subire, la vo
	glia di vendicarsi e di rendere i colpi è il sintomo di un istinto vitale 
	più che comprensibile. Chi ha colpito l’agente a terra, intralciandolo men
	tre si lanciava con trasporto nel pestaggio dei manifestanti, ha difeso sé
	 stesso e gli altri. E va ringraziato. Alla pari di tutti coloro che hanno
	 distribuito maalox, aiutato chi avevano accanto, protetto in ogni modo il
	 resto del corteo. Il cittadino qualunque che si indigna per le poche bast
	onate ricevute dallo sbirro è vittima di un’identificazione masochistica c
	on il proprio carnefice, il suo problema è psicopatologico prima che polit
	ico.<br>In un momento storico in cui si usa la parola “rivoluzione” per ri
	ferirsi alle cose più bislacche, al punto che persino il capo del governo 
	ha apostrofato i manifestanti di sabato come “pseudo-rivoluzionari”, ci sp
	iegherete in quale rivoluzione i tutori dell’ordine non hanno ricevuto, co
	me minimo, una buona dose di bastonate.</p><p>Cosa si può fare dopo una gi
	ornata come quella del 31? Una volta che l’evento si è chiuso, ci sono alm
	eno due atteggiamenti possibili verso il suo lascito.<br>Si potrebbe dire 
	“abbiamo scherzato”, cercare di rendere più digeribile l’intensità e la vi
	olenza di qualcosa che ci scavalca, che è pericoloso e potrebbe comportare
	 delle conseguenze impreviste. Conseguenze non soltanto in termini penali 
	o repressivi, ma anche di scompaginamento o crisi di forme organizzative n
	ote, di impossibilità a riprodurre i modi di azione politica che abbiamo s
	eguito fino al giorno prima. Le alleanze politiche all’insegna dell’unanim
	ismo si incrinano, la propaganda nemica fende il consenso grazie alla demo
	nizzazione delle pratiche più offensive, ci si trova in una condizione sco
	moda. La prima opzione comporta il tentativo di ricomporre questo consenso
	 nella ricostruzione di un’unica grande famiglia, di riportare l’esperienz
	a dello scontro – in quanto ha di più disturbante – a una narrazione edulc
	orata e rassicurante che vada bene per tutti i palati. La tattica della ri
	composizione ex post, cercando di ricucire gli strappi, tenta di ridimensi
	onare l’attacco alla polizia, di enfatizzare le violenze verso i manifesta
	nti, di rioccupare il ruolo dei “buoni” nella battaglia comune dell’opposi
	zione alle politiche governative. È una tattica che troverà - a fatica - q
	ualche sostegno in una parte del mondo intellettuale e politico, ma dubiti
	amo che possa andare molto lontano. Le immagini del disordine sono ancora 
	troppo vivide negli occhi di tutti. Il peggio è che un atteggiamento del g
	enere crea uno scollamento paralizzante in chi quel momento lo ha vissuto,
	 e si ricorda bene quanto poco ci sia stato di “difensivo” nell’esplodere 
	della rabbia collettiva.<br>Un secondo modo di reagire corrisponde invece 
	a una scommessa: più rischiosa, perché avere contro tutte le voci, tutte l
	e opinioni, non è mai una posizione comoda. Ma anche più autentica e appas
	sionante. Dire alle ragazze e ai ragazzi che hanno combattuto in strada ch
	e quel che è accaduto è una cosa seria, che la distruzione ha una sua razi
	onalità politica, che si può credere nell’intensità di quell’esperienza e 
	organizzarla in possibilità concreta e generale. Abbiamo parlato della res
	istenza contro l’ICE in America, che rappresenta almeno in parte un’immagi
	ne del nostro futuro più prossimo, all’insegna di guerra civile e crudeltà
	 fascista. L’incontro tra i gesti di opposizione di strada, in aperta sfid
	a alla polizia, le reti di supporto e organizzazione popolare, e un possib
	ile intensificarsi del conflitto, rappresentano un’indicazione seminale de
	i nostri compiti futuri.<br>Chi ha vissuto la piazza del 31, chi si rende 
	conto dello stato del mondo in cui vive e della portata del suo disastro, 
	sa che non può aspettarsi nulla da alleanze politiche istituzionali, tutel
	e giuridiche, movimenti d’opinione. Solo credendo fino in fondo all’impatt
	o della sommossa, alle amicizie che vi si intrecciano, alla chance che si 
	trasformi in un potenza rivoluzionaria, ci si può rendere immuni all’epide
	mia di stupidità e di cinismo che sembra aver contagiato i nostri contempo
	ranei.</p><blockquote><p>“…di fronte a questa facciata di marmo, se contin
	uiamo a picconare, forse si trova un filone d’oro. Forse è questa la rivol
	uzione”</p></blockquote>
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