Smart city  Il futuro urbano della "società dello spettacolo": Dibattito con Leonardo Lippolis  e Apericena Bellavita
Smart city Il futuro urbano della "società dello spettacolo": Dibattito con Leonardo Lippolis e Apericena Bellavita
2 months ago
Mezcal Squat
Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO)

Le città riflettono gli ordini e i gusti della società dominante ed il loro scenario determina i gesti di chi le vive. Questi semplici concetti sono l'asse concettuale intorno al quale la critica più acuta della società moderna ha identificato nello spazio urbano un laboratorio privilegiato per la comprensione del presente, giacché in esso si modellano e si controllano le forme di vita collettive. La storia del capitalismo industriale è la storia dell’urbanizzazione del mondo e a ogni sua rivoluzione è corrisposta una trasformazione radicale dello spazio urbano; dai tuguri della Manchester dell'Ottocento, capitale del capitalismo industriale e del nuovo proletariato descritta da Engels, agli spazi razionali della città-fabbrica progettata da Le Corbusier e dall'avanguardia funzionalista ad inizio Novecento secondo il criterio che essa debba essere una macchina in grado svolgere in modo efficiente le quattro funzioni a cui si riduce la vita dell’uomo moderno all'interno della civiltà delle macchine e del totalitarismo produttivista: lavorare, abitare, circolare e distrarsi nel tempo libero. In continuità con questo processo, le smart cities di cui oggi parlano ossessivamente urbanisti, politici e manager sono concepite come la conseguenza di quella quarta rivoluzione industriale che il capitalismo propaganda come una necessità ineluttabile del progresso e della propria stessa sopravvivenza nell'epoca delle crisi da essa stessa prodotta. In un mondo in cui, per la prima volta nella storia, più della metà della popolazione mondiale vive in spazi urbani che hanno per lo più la forma di bidonvilles e slums ai margini di immense megalopoli, la smart city è la visione utopistica, formulata dai cosiddetti privilegiati del mondo occidentale, di una vita urbana destinata resa semplice, intellegibile e gestita autonomamente dall’Intelligenza Artificiale e dall’automazione, dall’Internet delle cose e dalle infrastrutture digitali, dal Machine Learning e dai flussi di Big Data. Ma se togliamo la mano di vernice green con cui viene propinata dalla propaganda e dalla retorica dei sui ideatori, la struttura delle smart cities sottende la stessa logica della città industriale di sempre, con tutte le sue forme di controllo e immiserimento della vita collettiva: separazione, alienazione, isolamento, sottomissione agli imperativi utilitaristici. I criteri per comprendere le smart cities da parte di chi ha in disgusto questo modello di civiltà rimangono il dibattito che opponeva Orwell a Huxley, ovvero se il totalitarismo moderno abbia una forma più autoritaria o subdola e morbida, e il fatto, sottolineato dai situazionisti, che le “città radiose” progettate da politici e urbanisti a ogni svolta del progresso tecnologico rimangano delle “città delle espiazioni”, “una immagine viva della legge monotona e triste delle vicissitudini umane”.