È uscito disfare n. 6. POLVERIERA TOTALE.
È uscito il sesto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”, dell'autunno 2026: POLVERIERA TOTALE.
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Il ricavato sarà devoluto per le spese processuali dei prigionieri palestinesi in Italia.
80 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su)
80 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards)
80 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de 3 exemplaires)
EDITORIALE
Fratture nella società in guerra
Questo numero di disfare va in stampa mentre le fiamme della rivolta giovanile – che da settimane invadono le strade francesi e albanesi (Nulla da chiedere, p. 64) – raggiungono le città italiane. Piazze "spiazzanti" dove, tra i giovani, spiccano giovanissimi di seconda e terza generazione, spesso provenienti dalle periferie delle poche metropoli del Belpaese, spesso originari di quei luoghi grazie al cui sfruttamento è stata garantita la prosperità dell’Occidente.
Evitiamo analisi a caldo di queste piazze: da inguaribili romantici e tifosi della rivolta mostreremmo scarsa lucidità. Dopo le sommosse che hanno infiammato la gioventù nel 2025 (vedi “Giovani cuori ardenti”, disfare n. 3), è senz’altro presto per collocare quelle attuali in continuità con il medesimo ciclo di rivolte. Ci sono però buone ragioni per rilevare, tra le cause della rabbia esplosa a Milano, Bologna, Torino, il rifiuto di un futuro da arruolati, per la guerra e dalle polizie. Se gli slogan contro la guerra erano onnipresenti, in diverse città i nomi di Ramy, Fakir e Carlo echeggiavano nelle pause degli scontri. Buona parte di chi è sceso in piazza nelle giornate d’ottobre è nata, approssimativamente, attorno alla crisi del 2008, ha vissuto il distanziamento sociale e i confinamenti da Covid, ha assistito in diretta streaming al genocidio in Palestina e al conflitto in Ucraina; con buona probabilità ha partecipato all’autunno palestinese e ai blocchi dei flussi della logistica e si sta abbeverando dei moti francesi, albanesi, indiani e brasiliani dalle dirette Tik Tok e Instagram. In questo orizzonte, il saccheggio delle merci è un atto di riappropriazione immediata che, distruggendo il valore di scambio, spoglia la merce della sua sacralità e costringe il sistema a mostrare le armi che la difendono.
Ce n’è abbastanza per intravedere delle fratture nel mondo-guerra. Si tratta di fratture diffuse e ambivalenti: nella Spagna che si prepara allo sciopero generale dell’11 novembre (a più di dieci anni di distanza dall’ultimo) le polarizzazioni interne alla questione sociale si sono esplicitate nell’arco di pochi mesi, perché l’attuale occupazione delle piazze contro la piaga degli sfratti (p. 67) era stata preceduta, nel segno opposto, dalla mobilitazione reazionaria successiva ai fatti di Ceuta (Ceuta indica il futuro, p. 40) coi suoi prodromi di pogrom razziali. Ai tipici venti nazionalisti che accompagnano ogni guerra – compresa quella tra poveri –, si aggiunge il venir meno delle forme di protezione predisposte dallo Stato, ossia le «condizioni nelle quali l’esistenza dei più integrati poteva svolgersi». La combinazione tra la precarietà materiale, l’esposizione individuale all’arbitrio e l’eclissi di ogni principio comune genera una scomposizione orizzontale della violenza dentro il corpo sociale, in cui il dispositivo securitario intercetta l’esperienza dello sradicamento per orientarla verso l’identificazione e la neutralizzazione di qualcuno contro cui dirigere la propria paura e impotenza («Arrestalo!» e «Sparagli!», p. 12).
È in questo humus che agiscono le regie esterne che, tramite le piattaforme digitali, hanno prodotto i moti razziali di Belfast e Middlesborough: l’innesco operato dall’alto infatti funziona solo se riesce ad agganciarsi a un malessere sociale reale, razzializzandolo e deviandolo verso una guerra orizzontale tra sradicati (Gli espropri di Milano, i riot di Belfast, la guerra ibrida, p. 43). Nella misura in cui la realtà e la sua osservazione sono ormai mediate e cannibalizzate dagli algoritmi informatici, i rimproveri di sinistra all’IA (rispetto ad un supposto tradimento dell’orizzontalità della rete e del “villaggio globale” o alla possibile esplosione di una sua bolla economica) vanno criticati quanto l’intelligenza artificiale stessa, giacché questa si fonda proprio sullo sfruttamento dell’umano e contemporaneamente influenza la riorganizzazione accelerata del lavoro e dell’umano stesso (Il Martello di Enoch contro l’IA, p. 7). Le medesime piattaforme, poi, sono suscettibili di essere spente ad uso e consumo della controinsurrezione, come mostrano lo shutdown digitale, dal Marocco alla Tanzania (Al buio?, p. 59), e l’attacco amministrativo dell’agosto 2026 contro Autistici/Inventati 1.
L’utilizzo sempre più diffuso di strumenti amministrativi di repressione del dissenso, come è il caso, in Italia, dell’irrogazione di multe per manifestazioni non autorizzate, così come per i picchetti e i cori sediziosi, o l’applicazione di DASPO urbani – solo per citare alcuni esempi – ci parlano della necessità, da parte dello Stato, dell’anticipazione della soglia di punibilità, tipica del diritto penale del nemico, ma che applicata nel diritto amministrativo viene spogliata delle finzioni formali che nel diritto penale devono essere conservate. Siamo di fronte a un diritto amministrativo applicato al nemico, una repressione apparentemente più soft, ma più perniciosa, perché da una parte attacca direttamente il reddito in un momento di crisi e dall’altra disarticola una possibile presa in carico collettiva, producendo la scomposizione del fronte dei nemici, esattamente come si fa in guerra. È in questa strategia di frammentazione che l’autorità aggredisce, fra le altre, le pratiche di blocco: vale a dire quelle interruzioni fisiche dei flussi di guerra, da cui l’apparato è particolarmente spaventato perché producono riappropriazione degli spazi – per i suoi nemici – e perdita economica immediata – per i suoi gestori.
La nuvola e il cloud rivelano una materialità violenta e pervasiva, e innervano una infrastruttura tanto rapace quanto fragile, come evidenziato dalla cyber-crisi globale legata ai bug di PHP e dai sabotaggi delle fabbriche di superconduttori in Germania e Francia (Bagliori, p. 62). Più che la suggestione estetica di una fusione e confusione tra uomo e macchina, come nei film di Cronenberg, il processo reale descrive un’operazione coloniale: l’umanità viene catturata e violentemente inghiottita, subendo una mutilazione che la costringe a esistere unicamente come risorsa. È l’Umanità ad essere dentro la Macchina, ma proprio questa condizione svela la fragilità del sistema tecno-industriale colto nella sua componente vitale e materiale. La conflittualità può eccedere la critica all’IA dal punto di vista teorico e corroborare una critica più ampia del capitalismo che metta le basi per (ri)costruire una tessitura comune dell’esistenza, ormai sradicata. L’espansione stessa della mega macchina, esigendo un tributo di risorse materiali (terreno, acqua, umani), ne accresce parallelamente la vulnerabilità, convertendola in polveriera totale. La potenza che sprigiona accresce continuamente se stessa, divorando lo stesso mondo che pretende di dominare, a meno che non incontri un limite esterno: la ribellione di chi preferisce la libertà alla potenza. Ecco perché l’opposizione ai data center – in Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Trentino, Svizzera e Romania – non è solo una «lotta territoriale» al fianco di tante altre (Mente locale – parte 3, p. 16).
Guardare all’IA come un oggetto che colonizza la terra e le sue risorse sottraendocele, come uno strumento per la letalità automatizzata, la profilazione comportamentale e la regolazione sociale rimette al centro l’irriducibilità qualitativa dell’umano e del vivente. E quando diventano chiari i nessi fra lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e i bisogni materiali delle sue roccaforti, i data center, allora le lotte possono diffondersi e diventare disruptive. È quanto sta succedendo in Francia – dove gli studenti contestano la piattaforma universitaria Parcoursup –, in Uruguay, in Cile, nei Paesi Bassi e in Irlanda. Questi moti possono rimettere all’ordine del giorno storie e fantasmi – come quello di Ned ludd (Il mistero del luddismo, p. 74) – che meritano di essere (ri)conosciuti, e pratiche – come il sabotaggio – che non hanno mai smesso di restare al fianco degli oppressi (Fuoco all’industria bellica dell’IA, p. 38; Fino in fondo, p. 52; Darsi da fare, p. 53).
Il materiale comburente di certo non manca, ma non sono poche nemmeno le difficoltà che impediscono all’incendio di divampare, a partire dal modo in cui le lotte a volte si sviluppano – il tam tam sui social – fino ad arrivare alla feroce mobilitazione statale contro i nemici interni. Sono lì a dimostrarlo il nuovo pacchetto sicurezza per i giovani delle periferie, contro i quali viene schierato un significativo apparato mediatico, normativo e repressivo, l’accusa di terrorismo contro il presunto ideatore di chat legate al movimento 17 ottobre, le prime condanne per terrorismo contro Palestine Action e il movimento anti-ICE (L’impero colpisce ancora, p. 48), e l’inserimento da parte degli U.S.A. di Autistici/Inventati, Masar Badil e Palestine Action nella lista delle organizzazione terroristiche. Tornando in Italia, non sono affatto risibili l’utilizzo sempre più diffuso del “terrorismo della parola” per colpire sia i palestinesi che gli anarchici o le incarcerazioni nei circuiti di Alta Sicurezza dei colpevoli di Palestina (Colpevoli di Palestina, p. 32).
Occorre interrogarsi sulle nostre forze, «forti dei nostri ideali, [...] con l’elasticità tattica e il senso delle situazioni per verificare la nostra reale consistenza, raccogliendo le nostre energie senza disperderle» (Mettere il dito tra conflitto bellico e guerra economica, p. 68). La risposta all’assolutismo dei flussi risiede nella fondazione di spazi di indisponibilità e di ostacolo materiale. Contro una guerra sempre più capace di vedere, classificare e prevedere, possono diventare decisive le relazioni che sfuggono alla rappresentazione, come in Romania, sul confine militarizzato dove la caccia ai disertori ucraini è regolata dal tracciamento biometrico: un dispositivo con cui anche l’UE ha formalmente subordinato l’accoglienza umanitaria ai requisiti del reclutamento forzato (All’ombra della radura, p. 54). È per scardinare questa presa totalitaria che occorre prendere spunto dalla crescente opposizione alla diffusione massiva dei datacenter attraverso il sabotaggio, che come un jujitsu proletario è capace di colpire i punti sensibili del nemico (Message in a battle, p. 71).
Del resto, le azioni luddiste, lungi dall’essere un relitto nostalgico, assomigliano ancora oggi ad «una campagna costante e crescente di pressione clandestina contro lo strapotere di alcuni nuovi industriali» (p. 75), una sorta di difesa collettiva capace di inceppare la macchina e tenere aperte domande fondamentali sul senso profondo dello stare al mondo.
28 ottobre 2026
Si vedano in questo senso anche i recenti tentativi di creare panico morale contro immigrati e “maranza” diffondendo immagini e notizie create con l’IA concernenti violenze accadute o imminenti (in più province sono girate notizie sul rischio di stupro per le studentesse nelle scuole), ma anche con l’attività dei “fascio-influencer” quali vigilanti in streaming.